Come fare una prima buona impressione e "vivere" di questa!

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Un occasione di networking? Perchè no!

Entri nella sala affollata di un prestigioso hotel della tua città per partecipare a un aperitivo di networking con persone che non conosci. Ti guardi intorno per farti un’idea dei presenti, donne e uomini distribuiti nello spazio che per lo più chiacchierano tra di loro in piccoli gruppi con i bicchieri in mano, qualcuno ancora “smarcato” al quale potresti avvicinarti, i camerieri che girano con vassoi di fingerfood e drink.

Se qualcuno ti dicesse che ti trovi in una situazione di pericolo ti verrebbe da ridere, eppure in te scattano gli stessi meccanismi che sono stati funzionali nel corso dei millenni alla preservazione della specie e in un millisecondo ti fai un’opinione degli altri che si inciderà inconsciamente ma profondamente nella tua mente e influenzerà la vostra interazione. Il cavernicolo che è in te elabora in tempo reale gli stimoli che riceve e giunge a una conclusione, che non si limita più ai parametri “pericoloso-innocuo”, ma che è ben più articolata. Attenzione però: anche negli altri in quello stesso millesimo di secondo si sta formando un giudizio su di te che perdurerà nel tempo.

La dinamica delle prime impressioni

La dinamica delle prime impressioni è stata ampiamente studiata in psicologia.

E’ noto che quella immediata sensazione di pancia di cui sei a malapena consapevole e che molto spesso non sapresti spiegare a parole avrà una vita molto lunga.

La tua mente tenderà a considerare come un tratto generale dell’individuo in questione la caratteristica che ti ha colpito inizialmente: se al ristorante la tua nuova conoscenza manca di rispetto al cameriere, automaticamente la considererai prepotente e sarai incline a pensare che si comporti con scarsa empatia in ogni occasione della sua vita. Poiché la percezione è selettiva, se continuerai a frequentarla tenderai a focalizzare la tua attenzione su quei comportamenti che confermano la tua prima impressione e a sorvolare su quelli che la confutano.

Anche gli altri funzionano così: ecco perché è importante cercare di dare il meglio di sé in occasione del primo incontro, che nel mondo del lavoro spesso coincide con un colloquio di lavoro o un’opportunità di business e di carriera.

Siccome il meccanismo di cui parliamo ha origini molto lontane nel tempo ed è profondamente radicato nella nostra psiche, non è difficile comprendere i motivi per cui la comunicazione non verbale prevalga ampiamente su quella verbale.

La comunicazione non verbale

La comunicazione non verbale può essere suddivisa in due sottogruppi:

Stimoli visivi: tutti i segnali percepibili attraverso la vista, ossia il nostro aspetto fisico - abbigliamento, auto, pc, ecc. - ma anche il nostro linguaggio corporeo, che include la postura, la gestualità, il contatto visivo, la mimica facciale, la prossemica*, ecc.

Questi segnali dipendono principalmente dal contesto, dalla relazione che intercorre tra gli individui e dalla cultura di appartenenza. E’ affascinante scoprire quanti messaggi passino attraverso un gesto, uno sguardo, un’espressione del viso, come ci posizioniamo nello spazio rispetto agli altri… e tutto cambia a seconda del tipo di relazione, dello status, del genere, della cultura, ecc.

Un gesto consueto in Italia può risultare ambiguo, inopportuno o addirittura offensivo in Giappone, così come uno sguardo diretto e intenso può farti sembrare sicuro di te e onesto in un punto del globo, ma impertinente in un altro. In più, quello che vale per una donna non si applica a un uomo, o ciò che è accettato da un superiore non lo è da un sottoposto… e la serie di variabili è praticamente infinita.

Si tratta di codici sottili che apprendiamo dall’infanzia, contestualmente al linguaggio verbale. Se violati comportano quasi automaticamente una sanzione, sotto forma di giudizio negativo, allontanamento, diffidenza.

Mi riprometto di scrivere un post specifico approfondendo alcuni di questi temi che mi hanno sempre appassionato e sono stati per me oggetto di studio e di osservazione diretta nel corso della mia vita.

Stimoli vocali: tutti i segnali trasmessi attraverso la voce - il volume, le pause, il tono, l’intonazione, ecc.

Questi codici fanno parte della lingua, oltre ad essere a loro volta associati ad aspetti culturali.

Se non abbiamo imparato l’inglese da bambini e non abbiamo avuto una consistente esposizione alla lingua o a qualcuno che ci facesse notare i nostri errori con regolarità, difficilmente sapremo padroneggiarli. Ciò rappresenta una lacuna considerevole perché una parte significativa del significato è veicolata proprio attraverso questi input, come avrò modo di approfondire in un altro post.

A titolo esemplificativo, uno studio dell’Università di Glasgow condotto nel 2014 da McAleer, Todorov e Belin sembra dimostrare che un tono vocale alto, sia maschile che femminile, sia correlato a una percezione di affidabilità e piacevolezza, mentre una ricerca svolta presso l’Università di Miami nel 2012 da Klofstad, Anderson e Peters ha fatto emergere che un tono di voce più basso, anche in questo caso sia maschile che femminile, conferisca un’aura di leadership o dominanza.

Come puoi vedere, si tratta di aspetti che sfuggono alla nostra consapevolezza, ma che incidono significativamente sulle nostre valutazioni.

Hai mai pensato che potresti attribuire un carattere risoluto a un’amministratrice delegata semplicemente per il suo tono di voce basso o credibilità a un politico perché invece per il motivo opposto?

Ammetto che, prima di approfondire la materia, non ero mai stata sfiorata da questo dubbio, ma posso assicurarti che gli spin doctor, ossia gli specialisti di comunicazione che offrono consulenza a politici e altri profili ad alta visibilità, sono perfettamente consapevoli di tutte queste dinamiche.

L’inconscio percepisce molto più di quanto non risalga fino alla consapevolezza, e l’evoluzione ci ha reso molto abili nell’individuare nella comunicazione del nostro interlocutore alcuni segni contrastanti, ambivalenti: quell’impressione di qualcosa che stona che avrai senz’altro provato più volte nella vita.

Spesso questa sensazione è il risultato di un disallineamento tra il verbale e il non verbale che ci mette in guardia e ci spinge verso la diffidenza, in particolare se vediamo qualcuno per la prima volta. Talvolta il nostro sospetto è fondato, in altri casi no.

Magari il nostro interlocutore non conosce i codici e li usa in modo errato, come succede con frequenza quando ci si esprime in un’altra lingua e ci si rivolge a un pubblico di un’altra cultura.

E quindi? Come fare?

La domanda sorge spontanea: come muovermi allora in questo labirinto di codici, in particolare se devo parlare in inglese a un pubblico internazionale?

Il consiglio è sempre quello: autoconsapevolezza e preparazione.

Individuare le lacune da colmare e lavorare su ogni aspetto della comunicazione.

Solo così avremo piena fiducia in noi stessi e potremo rivolgere tutta la nostra attenzione verso l’altro, che è l’essenza di qualsiasi atto comunicativo.

Solo così, potremo mostrare il nostro sentito apprezzamento, creare una reale connessione, mostrarci autenticamente positivi.

“Be yourself, appreciate, connect and be positive”: sono questi gli ingredienti essenziali per fare una buona impressione.

* Uso dello spazio da parte degli individui, in particolare la distanza che si tiene rispetto all’altro nelle varie situazioni

Informazioni sull'autore
Cristina Moretti
cristina.moretti@goodgoing.it
Cristina Moretti ha il suo punto di forza nella combinazione di due competenze complementari: da oltre 25 anni interprete di conferenza in inglese, francese, spagnolo e portoghese ai più alti livelli istituzionali (EU, ONU), nonché per primarie imprese e organizzazioni multinazionali, e dal 2006 formatrice e coach accreditata presso l’ICF come Professional Certified Coach, con specializzazione in Communication Coaching, soprattutto per la lingua inglese. Ha operato in ambiti internazionali e ha vissuto lunghi periodi all’estero, in particolare in Belgio, Francia, Regno Unito e Brasile.

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