La programmazione non è più un lavoro artigianale

Programming Code Abstract Technology Background Of Software Developer And Computer Script

Perché il software richiesto per automatizzare i processi e renderli più efficienti viene scritto per lo più a mano? Perché la babele dei linguaggi di sviluppo rende difficile porre mano ai programmi a chiunque non ne sia l’autore? E ancora: è mai possibile che la trasformazione digitale debba fare i conti con una scarsità di risorse tale da rallentare i piani di sviluppo? Perché a fronte di una domanda così elevata le università non sfornano più ingegneri? E perché sono relativamente pochi i giovani interessati ad una professione che offre così tante possibilità di impiego?

La “Digital Transformation” ha incrementato la domanda di figure specializzate (ingegneri del software, manager digitali, sviluppatori) ben oltre la capacità dell’offerta. In Italia storicamente soffriamo per la carenza di laureati nelle materie STEM, ma se a questo aggiungiamo i pregiudizi delle famiglie verso posizioni nel mercato del lavoro ritenute di serie B e la maggiore attrattività delle stesse in altri paesi dell’UE, ecco che la carenza diventa un problema strutturale per il nostro paese, chiamato ad uno sforzo di ammodernamento che coincide con la missione 1 del PNRR (DIGITALIZZAZIONE, INNOVAZIONE, COMPETITIVITÀ, CULTURA E TURISMO).

Se in passato erano in larga misura le multinazionali del software ed i grandi System Integrator ad assumere personale con competenze informatiche, oggi grandi numeri sono richiesti anche dai settori industriali, sia per la rivoluzione di “Industria 4.0” che per la rilevanza del software nell’automotive (ADAS, Infotainment, guida autonoma, ecc.), ma anche dalle banche, dalle telecomunicazioni, dai servizi e, in misura minore dagli altri settori.

La “Digital Transformation” incide su tutti i processi, non solo sul marketing, i canali di comunicazione e l’eCommerce, e ne esige la trasformazione. I software “legacy” non tengono il passo del cambiamento e sono sempre più difficili da mantenere, sia perché vengono meno le competenze, sia perché la stratificazione delle modifiche nel tempo ne rende la gestione sempre più complessa.

Ma l’aspetto più drammatico della situazione è che mentre tutto intorno a noi cambia, nella produzione del software prevalgono ancora modalità “artigianali” del lavoro che metodologie avanzate non riescono a rendere più rapido se non in minima parte. Il paradosso è che mentre l’automazione nel campo della produzione industriale spinge la produttività sempre più in alto, nel campo del software sinora non si è realizzato un processo analogo. Per scrivere applicazioni complesse servono schiere di programmatori, analisti e project manager, organizzazioni sofisticate e coordinamento costante perché la “fabbrica del software” consegni in tempi prevedibili un prodotto testato e funzionante.

Il cambiamento è però alle porte, ed è dovuto all’avvento delle piattaforme di sviluppo low-code / no-code che promettono di ridurre sino ad un decimo il tempo necessario per scrivere un’applicazione. Queste piattaforme arrivano sino alla generazione completa del codice con l’uso di strumenti di modellazione dei processi di tipo visuale, che utilizzano modalità “drag and drop” per costruire i flussi che, incrociati con le matrici dei dati, daranno origine ad applicazioni eseguibili in tempi non confrontabili con quelli dello sviluppo tradizionale.

Sul mercato esistono già centinaia di piattaforme di questo tipo ed altre si affacciano ogni giorno, segno di una tendenza in costante ascesa e di un crescente interesse da parte degli utilizzatori. Già, chi sono gli utilizzatori e quali sono i vantaggi? Tra i primi, sono proprio i produttori di software a adottare questi metodi, perché consentono loro di alzare la produttività a livelli impensabili (pensate che, laddove con metodi tradizionali è richiesta una squadra di una dozzina di persone, nell’utilizzo di piattaforme no-code queste squadre si riducono a 3-4 persone, non necessariamente programmatori, con tempi almeno dimezzati e costi ridotti in almeno egual misura).

Ma se esistono già strumenti di questo tipo, perché allora non hanno ancora raggiunto la diffusione che meritano? Eh, non è facile. La prima ragione è che si tratta di tecnologie relativamente recenti, introdotte in media da meno di dieci anni, la seconda è che non bastano i prodotti, ma serve disporre di persone con una formazione adeguata per usarli (e ci vogliono circa 6 mesi per formare una persona ad un buon livello di competenza, un investimento che non tutti si sentono di affrontare).

Poi c’è la resistenza al cambiamento da parte di chi proprio il cambiamento è chiamato a governare, unitamente al fatto che, spesso, le tecnologie più interessanti vengono non già dai colossi del software con cui essi sono abituati a trattare, ma da aziende più giovani, più piccole e più dinamiche, che però non hanno alle spalle una storia, una credibilità a prova di CEO, ed una solidità economica tale da indurre ad investimenti rilevanti e tali da incidere sul portafoglio applicativo di un’organizzazione.

Eppure, ci sono altri paesi dove invece sono proprio i governanti ad essersi accorti che, a scommettere su queste tecnologie, si possono conseguire benefici tangibili per la comunità, portando in tempi rapidi a regime applicazioni che avrebbero richiesto 2-3 anni di tempo prima di essere rilasciate. Un esempio? Il governo olandese ha selezionato, tra le altre, la piattaforma prodotta da WEM, società con la quale collaboro dalla metà del 2020, per un piano di sviluppo iniziale di oltre 40 nuove applicazioni, la maggior parte delle quali già rilasciata o in fase di sviluppo a meno di un anno dalla decisione.

Nei paesi del Nord Europa, la conoscenza di queste piattaforme è decisamente maggiore, forse perché alcune tra le più avanzate sono nate proprio in questo paese.

Per quali ambiti di sviluppo sono adatte le piattaforme low code / no code? La risposta generale è che è possibile realizzare applicazioni di ogni genere, incluse app native per mobile, RPA, IoT, Application Modernization, di qualsiasi livello di complessità e con la necessità di interagire o legare sistemi esistenti. Una risposta più articolata è però che vi sono diversità e livelli di specializzazione tra le varie piattaforme che le portano ad essere indicate più per l’uno che per l’altro uso. Ma è sempre possibile combinarne più d’una sino ad ottenere la copertura desiderata.

Qual è l’impatto di queste tecnologie sul mondo del lavoro? Ve ne sono diverse: la prima consiste nel poter dispiegare risorse professionali con una formazione diversificata e non necessariamente sulle materie STEM, a patto che abbiano conoscenza dei processi che debbono essere automatizzati. La seconda, che discende dalla prima, è che si possono cimentare anche coloro i quali non ritenevano di avere la preparazione per scrivere programmi. A proposito: se siete tra coloro che ritengono questa professione di livello inferiore ad altre più “riconosciute” (e riconoscibili) come avvocato, commercialista, medico ed esperto di amministrazione, allora sappiate che non solo la professione di sviluppatore apre prospettive di carriera almeno pari a quella di altre posizioni, ma che anche nel caso si decida di rimanere sviluppatore (non programmatore) a vita, i livelli retributivi sono interessanti, in crescita (e lo saranno a lungo, per la carenza di cui in premessa) e talvolta persino “impressionanti” (un imprenditore che conosco bene ha rivelato di riconoscere ai suoi tecnici informatici qualificati una retribuzione superiore a 100.000 Euro l’anno, e non si tratta di manager. Tutto per non farseli scappare a vantaggio della concorrenza).

Su questo scenario anche Gartner è convinta e dichiara che “la maggior parte dei prodotti e dei servizi tecnologici sarà realizzata da professionisti al di fuori dell'IT entro il 2024”.

Informazioni sull'autore
Stefano Carlo Longo
stefano.carlo.longo@goodgoing.it
Stefano Carlo Longo ha una lunga carriera di “innovatore” nel mondo dell’ICT, maturata in funzioni direttive nell’ambito commerciale, del marketing e della consulenza presso alcune tra le più importanti società internazionali, tra cui EY, Atos e Adobe. Co-fondatore di una società di eCommerce dedicata ai vini di alta gamma e investitore in una start up in ambito Mobile Engagement in rapido sviluppo (MobileBridge), ne promuove la presenza presso clienti e partner.

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