Riorganizzarsi e ripartire? Sì, ma per fare cosa?

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Se per caso vi state guardando attorno perché intendete approfittare di quanto accaduto in questi mesi per prendere una decisione importante che riguarda il vostro futuro, sia per motivazioni personali che per il rischio di perdere il posto di lavoro, allora questo articolo vi potrebbe interessare.

Rispetto a quelli pubblicati nelle ultime settimane, il cui il focus era sulle aree della formazione interessate dall’accordo con Moovs, in questo vi presento una storia che assomiglia a quelle raccontate da Cristina Gianotti nei suoi libri, con la particolarità che questa mi riguarda personalmente.

La storia

Cominciamo dal principio, collocato nel 2013, che è l’anno in cui ho impresso una svolta alla mia carriera professionale, carriera nella quale ho coperto ruoli in ambito commerciale, marketing e business development con funzioni esecutive o direttive; ma ho anche agito in veste di consulente, program manager e responsabile delle alleanze operando sempre per conto di aziende internazionali di primo livello. Fino a quando, a causa di una “riorganizzazione” che ha coinvolto interamente la mia struttura gerarchica, mi sono trovato a perdere il lavoro nell’anno migliore dal punto di vista dei risultati misurati.

Disperazione? Difficoltà ad accettare la situazione? No, anche se non c’è dubbio che, per quanto certi eventi devono essere messi in conto quando si copre un ruolo dirigenziale, non si è abbastanza preparati a fare fronte ad una situazione che la mente cerca di scacciare fino a quando non ti rendi conto che il fatto è accaduto. Dismessi i panni del dirigente, che ogni giorno affronta il traffico e si predispone ad una giornata di impegni frenetici tra telefonate, posta elettronica, riunioni ed appuntamenti, il tempo si è come sospeso ed ho per la prima volta avvertito un senso di liberazione: dagli impegni ma anche dalla tensione e dalle convenzioni che mi avevano ingabbiato senza che potessi permettermi il lusso di dedicare del tempo a pensare. Tempo: ecco la risorsa che maggiormente mi mancava e che ho compreso allora essere più preziosa del denaro, perché mentre i soldi possono essere guadagnati, il tempo scorre ed è un bene infungibile.

Quindi per un po’ mi sono dedicato a me stesso ed ho iniziato a valutare le possibilità che avevo per rientrare nel mondo del lavoro a condizioni pari o migliori di quelle che avevo perso: è stato in quel periodo che mi sono confrontato per la prima volta con Cristina Gianotti, introdotto da Giuseppe Stacchino, il private banker che avevo incontrato per pianificare con la sua consulenza un periodo più o meno lungo senza entrate regolari.

Cristina mi ha intervistato e mi ha chiesto quali fossero le mie intenzioni; con l’approccio pragmatico che la caratterizza (e che ho apprezzato sin dal principio), mi ha fatto presente la difficoltà di trovare un impiego equivalente a quello perso; infatti è cosa nota che negli ultimi anni il mondo del lavoro in Italia è stato asfittico tanto per i giovani in cerca di primo impiego che per i lavoratori over 50’s, anche se qualificati. In verità nella mia autodiagnosi mi consideravo poco disposto a tornare alla vita precedente, anche se ben remunerata, perché desideroso di mettere a frutto la mia esperienza mettendomi in proprio, anche se non necessariamente da solo.

Tuttavia, per avviare un’attività, occorre avere un’idea di business possibilmente vincente, ma non era questo il mio caso. Quindi mi sono guardato attorno per valutare le opportunità che mi si sarebbero presentate.

Se nel corso della vostra carriera avete saputo stabilire delle relazioni interpersonali di fiducia, vedrete che nel vostro network ci sono senz’altro delle conoscenze che potranno esservi utili. Ho quindi incontrato molte persone tra quelle che avevo frequentato per motivi professionali, ex colleghi, partner e clienti, persone con le quali ho condiviso le mie idee e chiesto consigli.

Partivo da una situazione privilegiata, perché avevo ottenuto una congrua buonuscita, e quindi potevo permettermi di investire sul mio futuro con un certo grado di serenità, sapendo che avevo accantonato mezzi sufficienti a consentirmi di vivere decorosamente pur investendo tempo e denaro in qualche avventura. Ma con giudizio. In questo l’aiuto di un professionista della finanza è importante, perché, conoscendo la situazione, il mio private banker mi ha aiutato a pianificare gli investimenti con l’obiettivo di avere una rendita da capitale e mantenere l’autonomia economica il più a lungo possibile.

Il primo investimento l’ho fatto per creare in Italia una start up di eCommerce nel settore dei vini partecipando al progetto di un ex collega che mi aveva presentato un business plan ben costruito. A pochi mesi di distanza ho fatto un secondo investimento, partecipando in veste di azionista ad un’altra start up, basata in Olanda, impegnata a realizzare un’innovativa piattaforma di Mobile Marketing Engagement. In entrambi i casi avrei anche fornito apporto lavorativo, senza percepire compensi, almeno all’inizio. In un certo senso ho “comprato” il mio nuovo lavoro con la speranza di poter derivare in un secondo tempo un reddito adeguato. Per brevità mi limiterò a dire che ci sono arrivato proprio attraverso il mio network di conoscenze.

Sfortunatamente non tutte le ciambelle riescono col buco e, nonostante l’impegno profuso, l’avventura della mia società di eCommerce non è stata coronata dal successo, spingendomi dopo circa due anni dall’inizio dell’avventura a separarmi dal mio socio, il quale avrebbe proseguito da solo sino alla cessazione dell’attività. Questi sono accadimenti che, se avete intenzione di intraprendere, dovete mettere in conto. La maggior parte delle start up, infatti, non supera i primi tre anni di vita, ma se procedono oltre questo traguardo è perché i sacrifici fatti sono stati premiati, soprattutto nel caso siate riusciti a trovare quei finanziamenti che vi permetteranno di effettuare gli investimenti necessari alla crescita. Col senno di poi è possibile comprendere le ragioni di questo insuccesso, ma sono proprio gli insuccessi a fornire i maggiori insegnamenti.

Ma riprendiamo il racconto e vediamo come va a finire, o, meglio, come procede perché la parola fine non è ancora stata posta. Dove eravamo rimasti? Ah, sì, come vi dicevo il secondo investimento l’ho fatto fuori dai confini nazionali, acquistando una quota di minoranza delle azioni di MobileBridge Ltd. All’inizio ho prestato la mia opera nella ricerca di partner in grado di sviluppare progetti basati su queste tecnologie (soluzioni di proximity marketing) ma dopo qualche tempo ho intrapreso una commercializzazione diretta intesa a favorire la generazione di lead per coinvolgere ed incentivare i partner. Dopo alterne vicende, dettate da una relativa immaturità del mercato, dalla complessità della piattaforma (una suite di prodotti articolata è più complicata da vendere di una soluzione puntuale, anche se limitata) e da progetti compromessi da motivi diversi (cambio di direzione ai vertici, interessi contrastanti tra gli attori in gioco, mancanza di commitment, limitata cultura digitale dei clienti) mi sono reso conto che, nonostante qualche successo, la strada fosse tutt’altro che spianata.

Nel 2019 la società ha annunciato un progetto ancora più ambizioso, ovvero quello di realizzare un protocollo (una piattaforma aperta) per lo scambio dei punti fedeltà tra diversi operatori. I brand aderenti renderanno i propri punti interscambiabili e convertibili in criptovaluta su una piattaforma che implementa la blockchain. Detto così può apparire complicato, ma chi volesse saperne di più potrà comunque scrivermi privatamente.

Dunque un periodo di transizione abbastanza lungo, ulteriormente rallentato dalla pandemia, nel quale le aspettative stanno convergendo verso questo nuovo progetto col risultato di allontanare nuovamente il momento del ritorno dell’investimento, seppure il valore della società sia complessivamente cresciuto in maniera non trascurabile grazie all’apporto di investitori istituzionali.

Vi state chiedendo come entra in gioco GoodGoing in tutto questo fervore? Dobbiamo tornare al 2014: quell’anno avevo concordato alcuni appuntamenti con Cristina Gianotti affinchè mi facesse da coach sulle iniziative che stavo intraprendendo: volevo che mi sfidasse sul piano della praticabilità delle mie iniziative, per chiarirmi le idee e confrontarmi con un’opinione oggettiva e indipendente. Ma anche Cristina aveva in mente un’idea, quella di costituire un network di professionisti del mondo del lavoro in grado di assistere a 360 gradi individui in transizione di carriera, e nel corso dei nostri incontri me ne parlò. Le dissi che la ritenevo molto interessante e accettai uno scambio di favori fatto di consulenze reciproche: in cambio della sua consulenza io l’avrei aiutata sul fronte della definizione del marchio, del posizionamento, della definizione dell’offerta e, più in generale del marketing.

A mano a mano che il progetto assumeva forma aumentava anche il mio coinvolgimento, sino a quando ho concordato che il rapporto passasse da una collaborazione limitata nel tempo e negli scopi ad un duraturo sodalizio, che non si è mai interrotto e che anzi ha preso nuova linfa dall’accordo con Moovs, attraverso il quale abbiamo esteso i nostri servizi alle organizzazioni (per i dettagli leggi qua). Nei mesi in cui la nostra collaborazione si è intensificata abbiamo allargato il fronte dei contatti, acquisito clienti nuovi (sia sul fronte dei privati che delle imprese), sviluppato nuove proposte interessanti con prospettive a breve, nonostante il rallentamento determinato dalla pandemia.

Insomma, GoodGoing ha smesso di indossare i panni della start up e si avvia a crescere con un piano organico anche attraverso l’inserimento di nuovi colleghi, come Cristina Moretti, con noi da poche settimane, ma che sta già fornendo un contributo importante come ognuno dei componenti della nostra squadra.

Gli insegnamenti

Posso tirare un bilancio di quanto fatto dal momento in cui ho smesso di essere un dipendente? In parte sì e le mie considerazioni sono le seguenti:

  1. Intraprendere un’attività in proprio richiede consapevolezza circa ciò a cui si va incontro ma anche un pizzico di leggerezza, senza la quale difficilmente ci si imbarca in avventure che potrebbero non avere un lieto fine.
  2. Un proverbio inglese dice “don’t put all the eggs in the same basket”, valido soprattutto se non avete un’idea chiara di ciò che volete fare. Ripartire il rischio è sempre un buon accorgimento anche se non è sufficiente a garantire il successo.
  3. Ricevere un supporto professionale da parte di persone competenti e capaci è un buon modo per limitare gli errori. In GoodGoing! potete contare su un supporto efficace.
  4. Si impara di più dagli insuccessi che dalle cose che sono andate bene, ma bisogna poterseli permettere. Se un solo insuccesso può mettere in crisi le vostre convinzioni, allora meglio non intraprendere questa strada.
  5. Come raccomanda Cristina, valorizzate il vostro network: la rete di conoscenze che avete costruito nel tempo è un’ottima base di partenza per i vostri nuovi progetti, sia per l’aiuto che potete ricevere in forma di consigli, introduzioni ad altri contatti, referenze, ma anche come potenziali clienti, in modo da allargare costantemente la vostra rete. In questo processo LinkedIn è uno strumento estremamente utile.

Tutto ciò premesso, in caso non abbiate lo spirito dell’imprenditore, c’è un’altra strada che è possibile percorrere, ovvero quella di operare come “free lance” cercando “ingaggi” presso chi potrebbe avvalersi delle vostre competenze. Di solito un solo contratto non è sufficiente a garantire entrate confrontabili con il vostro stipendio precedente, ma se utilizzerete il primo ingaggio come leva per affiancarne un secondo e magari un terzo, ecco che il vostro tempo potrebbe essere allocato per intero o quasi, lasciando un margine per gli impegni personali e per le attività di formazione, che sono ancor più necessarie se operate in autonomia. Ecco, dovete mettere in conto che, qualunque sia la scelta tra attività professionale ed impresa, avrete la necessità di amministrare le risorse (il vostro tempo in primis) in modo da destinare una quota parte allo sviluppo, una porzione all’amministrazione ed il rimanente all’aggiornamento, ancora più necessario in conseguenza della digital transformation che sta producendo effetti in tutti gli ambiti delle nostre attività.

E se avete la sensazione che la somma delle percentuali superi il 100% del tempo non siete in errore, perchè vi ritroverete a lavorare anche più di prima, spesso per meno di ciò che eravate abituati a guadagnare, ma con una differenza fondamentale, anzi due: non dover più dipendere da qualcuno e la libertà di poter gestire il vostro tempo per rendere compatibili impegni di lavoro ed impegni privati. Due condizioni che non hanno prezzo.

Informazioni sull'autore
Stefano Carlo Longo
stefano.carlo.longo@goodgoing.it
Stefano Carlo Longo ha una lunga carriera di “innovatore” nel mondo dell’ICT, maturata in funzioni direttive nell’ambito commerciale, del marketing e della consulenza presso alcune tra le più importanti società internazionali, tra cui EY, Atos e Adobe. Co-fondatore di una società di eCommerce dedicata ai vini di alta gamma e investitore in una start up in ambito Mobile Engagement in rapido sviluppo (MobileBridge), ne promuove la presenza presso clienti e partner.

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